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Cima nella Neve

Pièce teatrale tratta da un’idea di Luciano Caniato


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Giovanbattista Cima da Conegliano, pittore veneto del XV secolo le cui opere si possono trovare esposte nei più importanti musei d’Italia e d’Europa (dall’Accademia di Venezia fino al Louvre di Parigi) fu maestro di riconosciuta fama artistica, come può testimoniare anche la presenza di un brano a lui dedicato all’interno dell’opera “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti” di Giorgio Vasari della metà del ‘500, ma assai poco conosciuto per ciò che riguarda la sua vita di cui non è chiaro nemmeno l’anno di nascita e morte, la sua formazione e persino le sue sembianze dato che i resti mortali andarono perduti nella distruzione della chiesa dove era stato sepolto.

L’opera teatrale dedicata a questo artista dai modesti natali (famiglia di lanaioli, “cimatori”), vissuto in un periodo storico a cavallo tra Umanesimo e Rinascimento ha come tema fondante la “normalità fatta arte”; utilizzando cioè le scarse informazioni storiche documentate della vita, il suo contesto storico ed alcune delle sue opere più importanti si è dato origine ad un racconto in cui “creazione artistica” e momenti di “vita normale” concorrono a delineare la figura dell’uomo-Cima il tutto in un’atmosfera in cui vero e verosimile si fondono fino a diventare indistinguibili per donare all’opera una valenza sia storica che letteraria.

La Conegliano della seconda metà del ‘400 e le sue condizioni socio-politiche fanno da sfondo ai primi passi nel campo dell’arte pittorica, che vedono un Cima nel periodo della sua infanzia alle prese con una famiglia di umili artigiani che comprendono ed incoraggiano il talento del figlio affidandolo ai primi maestri che lo porteranno a compiere i suoi primi lavori per alcune committenze nella città.

Venezia accoglie il Cima ancora adolescente, partito dalla città natale per “andare a bottega” come apprendista presso uno dei numerosi grandi maestri presenti nel centro lagunare in quel periodo, contesto questo dove il giovane “Batistin” matura non solo le sue capacità artistiche e probabilmente anche culturali ma dove lo vede anche prendere moglie e formare una famiglia.

La fama accresciuta permette al Cima di operare a Conegliano come pittore per una delle confraternite più importanti della città per dipingere una pala che doveva essere posta proprio nella chiesa principale, il Duomo. Nella “Sacra Conversazione” di Conegliano si è di fronte ad un Cima ormai pronto ad intraprendere la carriera da artista in maniera autonoma e di fatti inizia ad avere molti incarichi importanti sia in Venezia, come ad esempio la pala del “Battesimo di Cristo” sull’altar maggiore della chiesa di S. Giovanni in Bràgora, che nell’entroterra, dove ad esempio la confraternita di S. Tomaso di Portogruaro aveva deciso commissionargli una pala dedicata proprio allo stesso loro santo protettore.

La situazione storica presente nella Venezia del primo decennio del ‘500 di orrore e disperazione dovuta alle guerre presenti contro Francia, Spagna, il papa e l’imperatore a cui si aggiungono anche terremoto, peste e tradimenti di fazioni nelle città dell’entroterra, sembra contribuire ad una regressione verso scelte e certezze vissute in giovinezza dall’ormai conosciuto maestro Cima; emblema di questo stato d’animo è il “S. Giovanni Battista e santi” per la chiesa di San Fior, opera in cui l’artista “ritorna” all’uso del polittico, tema ormai abbandonato da anni nella pratica pittorica, come una sorta di rifugio nel passato per timore del futuro.

Giambattista sempre più alle prese con le problematiche legate al rapporto tra arte ed artista lascia la città lagunare a causa di debiti conseguiti verso il 1516 e per limitare le spese ritorna nella sua città di nascita dove compirà per le monache di Santa Maria Mater Domini il “S. Pietro in Cattedra e altri santi” uno degli ultimi lavori compiuti dal Maestro prima della sua morte avvenuta probabilmente nello stesso 1516 o l’anno successivo.

“Fece anco molte opere in Vinezia, quasi ne’ medesimi tempi, Giovanbatista da Conigliano, discepolo di Giovan Bellino […] E se costui non fusse morto giovane, si può credere che arebbe paragonato il suo maestro”

da “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, Giorgio Vasari, 1568

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