Nostra Signora delle Trincee

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Chi è che parla nella trincea?
Una voce, due voci, indistinte e ambigue come è ambigua ogni trincea, ogni pezzo di terra che passa di giorno in giorno, di volta in volta da uno e all’altro dei contendenti…braccianti, contadini, pastori bosniaci, ungheresi ed italiani, tutti accomunati dalla stessa identica sorte, dallo stesso identico destino, dalla stessa identica paura: soldati, forse, ragazzi prima di tutto, ragazzi che avevano lo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore, una generazione distrutta dal fuoco dei moschetti e delle granate.

Forse è un alter ego? Un altro da sé, la stessa, ennesima faccia della stessa medaglia? Ma anche se stesse dialogando con sé stesso,il dialogo rimanda sempre ad un doppio, quindi lo spettatore dovrà per forza di cose porsi verso due entità.

Che cosa cercano quelle voci?
L’anima gemella? Di certo le identità non si fondono. L’etimo della parola anima rimanda all’arma del dialetto siculo, all’antico francese anima, aneme, anme, arme, alme e alla moderna âme, al catalano arma, alma, allo spagnolo e portoghese alma: tutte derivano dal latino ànima, forma femminile di ànimus ossia spirito e questo a sua volta dal greco antico νεμος [anemos], vento. La parola indicherebbe il principio della vita in ogni essere dotato di volontà; quella parte di noi stessi che pensa e delibera e che gli uomini non seppero meglio esprimere che ricorrendo alle idee di soffio, di aura, di vento, che si avverte, ma non si vede.

Forse qualcosa si vede apparire tra la nebbia, tra il fumo delle esplosioni: un vento, un vento impetuoso o forse un alito appena, silenzioso come il passaggio di un’anima, piccola, tenera, compagna e ospite del corpo, che ora s’appresta a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli…

Sì! Dialoga con la sua A n i m a, con quella dei suoi compagni, vivi e morti, con quella dei soldati del nemico, con quella della madre a casa, con quella della Vergine Maria che gli da conforto.

La Vergine Maria, che per la cultura cattolica è il simbolo del femminino per eccellenza:

“colei che è prima e ultima, che è venerata e disprezzata, che è prostituta e santa, che è sposa e vergine,che è madre e figlia, che è donna sposata e donna nubile, che dà alla luce e non ha mai partorito, che consola dei dolori del parto, che da Scandalo e che Santifica”

La Vergine Maria che il nostro soldato tiene stretta al petto. Un interessante catalogo della mostra dal titolo “La guerra nei santini, la guerra dei santini” ci racconta come i santini, che la leggenda vuole inventati da S. Bernardino da Siena come sostituto delle carte da gioco, trovassero una diffusione di massa proprio durante la Grande Guerra. Tra questi una particolare categoria è quella del materiale distribuito ai soldati, che oltre ad esprimere, nell’ottica del primo conflitto mondiale, diversi approcci influenzati dalle vicende storico – politiche e dalle concezioni teologiche, mostra anche aspetti di forte soggettività per i particolari valori affettivi che può richiamare. E’ evidente come la vita sul fronte costrinse gli uomini a convivere continuamente con la presenza della morte: in qualsiasi momento del giorno e della notte, all’improvviso, un proiettile o una scheggia di granata avrebbero potuto togliere la vita. Appare quindi quasi naturale, in mezzo a questa situazione irreale, la presenza della religione, vissuta come fede o più semplicemente come superstizione. Ecco allora una ricerca spasmodica del contatto, e con l’oggetto materiale (il talismano, l’oggetto, il portafortuna, la fotografia) e con le persone: la trincea fu forse la vera fucina del popolo italiano, l’unica situazione in grado di “fare gli Italiani” dopo aver fatto l’Italia con il Risorgimento; serviva una inutile strage a farci capire il valore della vita, a farci sentire fratelli, ad unirci tutti dall’alto della cima innevata al fango del greto del fiume rosso di sangue.

E quante cose succedono nell’immobilismo di una trincea! Quante A N I M E si mettono a confronto, si scontrano, si raccontano, quante cose il tempo porta con sé; quante cose chiuse in soffitta! Il tempo si perde fra polvere e suoni…e un attore/musicista, una ballerina di teatro danza, una voce fuori campo, irreale fino quando non si presenterà nel finale, compongono questo microcosmo di emozioni, questo ricordo piccolo piccolo, questa piccola e tenera anima che lo spettatore potrà vedere, ascoltare, respirare, liberare dalla polvere.
Far rivivere.

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